Comune di Grottazzolina

I Personaggi illustri

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Tra i personaggi illustri della storia di Grottazzolina ci sono:

 

VINCENZO MONALDI (FOTO):

Vincenzo Monadi è indubbiamente l’astro più fulgido di Grottazzolina, un uomo completo, che ha affrontato e risolto meravigliosamente i problemi della vita.
Riconosciuta nel cristianesimo l’unica soluzione del problema religioso, lo ha abbracciato e difeso con ardore d’apostolo, praticato come un santo, distinguendosi soprattutto nell’amore, che ne è l’essenza:amore praticato mirabilmente fra i più acerbi contrasti ed esteso, ieri come oggi, ai più accaniti nemici. Potremo considerarlo come una luminosa riprova dell’epifonema napoleonico: «studiate, studiate e sarete piccoli: amate, amate e sarete grandi».
Figlio di poveri e onesti contadini, egli ha risolto il problema della propria esistenza, lottando contro la più dura miseria e contro tutti gli ostacoli, arrivando, con l’intelligenza e la volontà, ai più alti ranghi della società, consacrando la vita nel debellare la morte.
Nato nel 1899, ancora studente, partecipò alla prima guerra mondiale, e, cessate le ostilità, fu, sindaco di Grottazzolina e consigliere provinciale, militando nelle file del nascente Partito Popolare, fino al 1923.
Costretto violentemente all’abbandono della vita politica, si diede con ardore a completare ed affinare i suoi studi.
Laureatosi in Medicina e Chirurgia nel 1925, si dedicò per lunghi anni esclusivamente all’attività scientifica, distinguendosi subito per la sua superiorità e competenza. Così fu nominato Assistente ed Aiuto nell’Istituto di Fisiologia di Roma, Assistente ed Aiuto nella Clinica della Tubercolosi dello stesso Ateneo.
I contributi scientifici da lui resi alla Fisiopatologia, Patologia e Clinica dell’Apparato Respiratorio e della infezione tubercolare, richiamarono ben presto su Vincendo Monadi l’attenzione degli ambienti scientifici di ogni nazione. Il suo primo trattato Fisiopatologia della Tubercolosi Polmonare, pubblicato nel 1932, raggiungeva già, nel 1940, la III edizione e veniva tradotto in lingua spagnola.
Molti interventi terapeutici, noti ed applicati dovunque, recano il suo nome, come la toracoplastica antero-laterale, la detenzione progressiva per la cura degli empiemi. Ma il nome di Monadi è soprattutto legato al metodo dell’Aspirazione Endocavitaria, concepito e proposto nel 1938, sulla base di originali impostazioni teoriche e ormai diffusamente entrato in tutti i paesi del mondo tra i presidi terapeutici della tubercolosi polmonare. Quale attestato delle sue alte benemerenze acquisite nel campo della scienza e dell’umano sapere, le Società Mediche della Germania, Spagna, Inghilterra, Brasile, Argentina ecc., annoverarono subito Monadi tra i Soci e più volte hanno desiderato ascoltare la sua voce nei loro congressi e nelle loro aule.
Il Congresso Internazionale di Rio di Janeiro del 1952, il ciclo di Conferenze tenuto nei Paesi del Sud America, e, nel 1955, negli Stati Uniti, hanno aggiunto nuovi ed unanimi riconoscimenti al cospicuo impulso di pensiero e di azione tracciato in questo settore dal sommo tisiologo italiano.
Nel campo teorico l’opera del Prof. Vincendo Monadi si è, in questi ultimi anni, concretata in un Trattato di Patologia della Tubercolosi, che è già alla II edizione e nel quale tutti i problemi riguardanti la infezione tubercolare sono stati ampiamente revisionati, profondamente analizzati, ed unitariamente coordinati nel loro complessivo inquadramento, ed in un Trattato di Fisiopatologia dell’Apparato Respiratorio, di cui è stata pubblicata nel 1956 la IV edizione.
Dal 1945 il Prof. Monadi dirige in Napoli l’Istituto Sanatoriale «Principi di Piemonte», dedicando ad esso tutta la sua appassionata opera di clinico e di organizzatore. Impostata su nuove basi, dopo la parentesi bellica, tutta la complessa attività funzionale, ha fatto sì che l’Istituto da lui diretto, che raccoglie oltre 2200 degenti, divenisse uno dei più noti ed apprezzati Centri di Studio del mondo, meta e richiamo degli studiosi di tutti i paesi, che ogni anno vi accorrono numerosi ad accrescere e migliorare le proprie cognizioni.
Eletto senatore nel 1948 per la lista democristiana nel V Collegio di Napoli, Monadi portò in Parlamento il frutto della sua preparazione tecnica e del suo appassionato attaccamento ai problemi sociale e d assistenziali, attraverso una numerosa serie di relazioni ed interventi, che hanno sempre riscosso i più larghi consensi. Sono state di sua iniziativa importanti provvidenze riguardanti l’opera della Previdenza Sociale, l’estensione dei diritti assicurativi ai figli degli assicurati e agli studenti universitari, il trattamento economico dei malati e delle loro famiglie, la riqualificazione professionale del malati. E’ ancora in atto ed altamente operante la iniziativa concretatasi con la fondazione del Centro di Assistenza Integrale nel Quartiere «Stella», attraverso il quale, con esempio unico in Italia, sono stati posti sotto controllo sanitario tutti gli abitanti della zona, provvedendo all’assistenza ed all’immediato ricovero di tutti i bisognosi di cura.
Nell’Ottobre del 1952 la Facoltà Medica dell’Università di Napoli lo chiamava a coprire la Cattedra Ufficiale di Tisiologia, affidandogli anche la Scuola di Specializzazione in Tisiologia e Malattie dell’Apparato Respiratorio.
Dal I Novembre 1953 Monaldi è anche commissario Straordinario per gli Ospedali Riuniti di Napoli: incarico che gli ha consentito di affrontare in profondità uno dei più delicati problemi della città e di risolvere nel modo più chiaro e soddisfacente molteplici questioni d’ordine sanitario, dando nuovo lustro, decoro e moderne capacità funzionali all’antica e gloriosa Opera Napoletana.
Nell’Ottobre del 1956 egli tornò, come Senatore, al Governo della Repubblica e vi fu rieletto, con larghissima votazione, nel maggio 1958.
Nominato Alto Commissario per l’Igiene e la Sanità pubblica il 3 Luglio 1958 nel Gabinetto Fanfani, il senatore Monadi divenne Ministro della Sanità il 14 Agosto dello stesso anno, appena il dicastero entrò in funzione, divenendo così il primo Ministro della Sanità della Repubblica Italiana.
Oltre alle opere ricordate, non bisogna dimenticare che Monadi fu il Fondatore e Direttore della splendida rivista «Archivio di Tisiologia e Malattie dell’Apparato Respiratorio», alla quale collaborarono le più alte personalità della Medicina; che ha al suo attivo oltre 400 pubblicazioni!; che dal 1959 è anche consulente scientifico dell’Istituto Sanatoriale «Principi di Piemonte».
Inoltre Vincenzo Monadi è Membro della «Royal Society of London»; Membro della «Berlinger Medizinische Gesellschaft»; Membro delle Accademie di Medicina del Brasile, Argentina, Messico e Perù; Membro dell’Accademia Medica di Roma; Vicepresidente della Federazione Italiana contro la Tubercolosi; Presidente del Capitolo Meridionale della «American College of Chest Physician»; Presidente dell’Associazione Interregionale di Pneumologia; Membro della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti di Napoli.
E’ inoltre Commendatore della Corona d’Italia; Grande Ufficiale al merito della Repubblica; Commendatore dell’Ordine Equestre di S. Gregorio Magno; Commendatore del Giogo e della Frecce (Spagna); Commendatore «de la Santè Publique» (Francia).
Morì a Roma, il 7 Novembre 1969.

 

FRANCESCO GRAZIANI (FOTO):

L'artista

Francesco Graziani nasce a Fermo il 26 aprile 1828. Tronca gli studi ecclesiastici per dedicarsi al canto, sotto la guida del Prof. Francesco Cellini, come il fratello maggiore Lodovico.
Dopo essersi per breve tempo esibito nella Cappella Metropolitana di Fermo, intraprende la carriera teatrale che lo porterà nei teatri più famosi del mondo (Napoli, Milano, Roma, Venezia, Cairo, Londra, Parigi).
L'Enciclopedia dello Spettacolo (Silvio D'Amico, Ed. G. e C. Sansoni, Roma 1958) alla pagina 1662, così giudica Francesco Graziani:
"Fu con Antonio Cotogni e Gian Battista Faure il maggior baritono del suo tempo e, anzi, in linea strettamente vocale, gli compete, forse, il primo posto.
La sua voce si distingueva anzitutto per la sua morbidezza vellutata del­l'impasto, la calda lucentezza dello smalto, il timbro nobilissimo e patetico.
Vantava inoltre un'energia di vibrazioni, una pienezza di suono e una strapotenza di volume assolutamente eccezionali. Al pari dei suoi due più illustri emuli, possedeva un registro acuto esteso e spontaneo; capa­ce persino di inflessioni tenorili: questa facilità, sapientemente inserita nella vasta gamma di tinte, sfumature e gradazioni che scaturiva da un'e­missione facile e sicura (restò leggendaria la grazia e la dolcezza dei suoi "piani"), rese il suo canto singolarmente vario ed efficace.
Capace di virtuose impennate virtuosistiche nel repertorio belcantista, ma anche di slanci travolgenti e d'un calore tipicamente verdiano nel Trovatore e nel Rigoletto; fu impareggiabile nell' Ernani e ne La Traviata, nella quale fu il primo a dare pieno spicco al personaggio del vecchio Germont".
Di Francesco Graziani cantante dice tutto l'autorevolissimo e com­petente giudizio del suo celebre compagno d'arte ed amico affezionato, il sopracitato Antonio Cotogni: "Graziani!... Che voce!... Magnifica, stupenda, mai sentita. Di un volume di un'estensione, di una omoge­neità, e soprattutto di un timbro meraviglioso. Un violoncello. Una mezza voce dolcissima, incantevole, fino al 'sol'. Un violino stadivario! Che naturalezza, che semplicità, che facilità!..."
Graziani era capace di andare a caccia tutto il giorno (era un ottimo tiratore, vincitore di premi in diverse gare di tiro a segno), di sciuparsi in tutte le maniere fino all'ora del teatro, poi indossava tranquillamente il costume e saliva sul palcoscenico come se nulla fosse, sempre fresco, riposato, perfetto.
Un'altra facoltà lo distingueva: una straordinaria memoria musicale, che gli permetteva di cantare opere non eseguite da lungo tempo dando un semplice sguardo a qualche pagina dello spartito.
Tutto Graziani cantava, il lirico, il drammatico, il comico: dalle Nozze di Figaro al Rigoletto. Il suo repertorio non aveva rivali; com­prendeva le opere più significative di Mozart, Donizetti, Bellini, Rossini, Verdi, Flotow, Auber, Meyerbeer, Gounod, Thomas.
Ebbe l'affezionata amicizia e la benevola confidenza di quest'ultimo del quale possedeva autografi, insieme a quelli del Meyerbeer e del Gounod tra gli illustri stranieri; tra gli italiani, oltre al Braga ed il Campana, ebbe in inti­mità lo scrittore della Gioconda, Amilcare Ponchielli.
Fu particolarmente caro a Giuseppe Verdi che per primo dimostrò per questo tipo vocale (baritono), una predilezione che nasce proprio dal motivo che l'aveva reso poco accetto al gusto belcantistico.
Il belcantismo amava ì timbri stilizzati e detestava i timbri realistici; Verdi predilige i timbri realistici, ed è nella voce del baritono che trovia­mo esemplificato alla perfezione il germe di profonda novità immesso dal grande maestro nel tessuto dell' opera italiana a metà dell'Ottocento: voce (è utile ricordarlo) più vicina all' emissione naturale, e perciò più umana ed espressiva.
E sebbene nessun compositore manifestasse per questa voce un affet­to paragonabile a quello nutrito da Verdi, in Francia l'Opéra-comique e il Grand-opéra accorderanno al baritono le grandi parti di Hoel nella Dinorah, di Nelusko nell'Africana, di Amleto nell'opera omonima di Thomas.
Di tutte fu primo interprete il francese Gian Battista Faure, peraltro più basso cantante baritonale che baritono autentico, ma le stesse opere ebbero con Francesco Graziani l'interprete ideale, grazie alla sua adatta e magnifica voce e la sua capacità scenica.
Quando sarà invitato ad eseguire la parte del principe di Danimarca, va a trovare un vero genio dell'arte teatrale - Ernesto Rossi - e lo prega affinché gli dia ripetute lezioni sul modo di intendere e rappresentare il capolavoro di Shakespeare. Ecco perché alla prima esecuzione italiana dell'opera di Thomas alla Fenice di Venezia, il 26/2/1876, da alcuni si disse: "È il Rossi divenuto cantante".
Francesco Graziani non è stato solo l'artista ricercato e desiderato nei principali teatri, ma fu il cantore invocato nei saloni delle sontuose magioni e delle più celebri Corti d'Europa. Frequentatore abituale nei salons del barone Rotchild a Parigi e del Lord Mayor e di altre persona­lità di spicco a Londra.
È stato chiamato più volte, per le grandi serate, alla Corte di Napoleone III; è stato addetto alla corte del Principe di Galles, Re Edoardo VII, del quale era in verità il beniamino.
A Pietroburgo non una, ma più volte viene chiamato alla corte dello Zar Alessandro II, sebbene in Russia la sua presenza fosse accettata solo per i grandi meriti artistici (lui ardente repubblicano non nascosto, non­ché amico di Giuseppe Mazzini).
Alla Corte russa, sempre invitato per grandi solennità, tutti i cantan­ti dovevano cimentarsi in duetti o terzetti. La possibilità di impegnarsi in un assolo era consentita unicamente alla Patti, vera diva del canto e della gola d'oro, l'usignolo di tutte le stagioni, come l'aveva definita l'Imperatore Guglielmo II. Un giorno costei doveva eseguire il Valzer della Dinorah. Ecco che un ciambellano chiama improvvisamente il Graziani e gli dice: "Le Loro Maestà desiderano che cantiate anche voi un assolo", e invocano l'Io t'amerò del maestro Starzieri che era uno dei canti preferiti dal nostro Graziani e che eseguiva a fior di labbra.
Dopo questa serata viene nominato, direttamente dall'Imperatore, "cantante di camera", onore che il Graziani risolutamente rifiuta perché contrario ai suoi ideali.
Quando il grande cantante sente che la sua voce andava appena perdendo, per l’età crescente, il suo magnifico splendore, artista di coscienza e di ingegno abbandona il Teatro nel 1880, a cinquantadue anni per ritirarsi nella sua città natia, godendo agiatamente i suoi ben guadagnati risparmi, che avrebbero potuto essere di vari milioni, se la maggior parte non avesse profusa per il Risorgimento della Patria.
Muore a 73 anni nella sua villa di Grottazzolina, il 30 giugno 1901 fra l’unanime rimpianto delle popolazioni delle due predette località, fra le quali egli aveva trascorso i suoi anni di riposo e dove aveva ricoperto cariche pubbliche di Sindaco nel Comune e Consigliere nell’Amministrazione Provinciale.
Patriota e Cittadino
Francesco Graziani era stato inviato a studiare nel patrio Seminario, giudicato l'istituto più laico di quei tempi. "Però non vi poté perseverare molto tempo, perché insofferente di ogni disciplina ivi usata, e sebbene giovane, già anima ardente di immenso amore per la libertà della patria".
E tutto questo era noto sul suo conto, ma il prestigio nobiliare della sua famiglia e le molte ed assai cospicue aderenze lo fecero circondare di una certa tolleranza.
Purtuttavia i suoi modi franchi ed esperti e la sua esuberanza di vita gli avevano guadagnato il nomignolo di 'abataccio'.
Abbandonati gli studi del Seminario, ha bisogno di formarsi una posizione; fornito com'era di una bellissima voce, congiunta ad altre qualità necessarie per un artista, quali quelle di essere "giovane bello, di forme leggiadre ed artistiche, e sì spigliato era della persona che ogni movenza par che artista lo affermasse", si decide a studiare canto.
Dotato di vivace ingegno e di una eccezionale disposizione al canto, il Graziani inizia la sua carriera nella stimata Cappella Musicale della Chiesa Metropolitana di Fermo, di cui era direttore il noto maestro fer­mano Francesco Cellini, dal 1850 al 1852, quale solista e con l'annuo compenso di 24 scudi romani.
Ma il Teatro lo attirava e per esso si sentiva già maturo.
Dopo i debutti di Ascoli Piceno, Macerata, Firenze, la sua celebrità canora raggiunge ben presto Parigi, Londra, Pietroburgo, Mosca, ed i più grandi teatri d'Europa se lo contendono.
Ma più che l'acquistar gloria nel canto, la sua principale preoccupa­zione era il Risorgimento della Patria. Ama chi amava la libertà, al punto di rifiutare la carica di "cantante di camera" dallo Zar delle Russie Alessandro II; onore che il Graziani, democratico non nascosto, rifiuta.
Anche se era entrato nelle simpatie di quell'austero e assoluto monarca (assassinato dal popolo nel 1881), non ne approvava certo i suoi sistemi tirannici (le impiccagioni, le deportazioni in Siberia, le persecu­zioni ai nichilisti). Accetta solo l'onorificenza di Cavaliere della Corona d'Italia, conferitagli in riconoscimento dei suoi meriti di amministratore della cosa pubblica.
Nonostante i suoi continui impegni professionali, si tiene continua­mente in contatto con tutti i patrioti esiliati dall'Italia e con essi s'ado­pera fattivamente per raggiungere la meta agognata.
Con il Mazzini, con il quale spesso si incontrava a Londra (dove viveva esule), ebbe frequenti discorsi e confidenze sulle sorti dell'Italia. Mazzini inoltre si era accorto che la sua corrispondenza veniva aperta e il suo contenuto comunicato alla polizia austriaca (se ne era procurato le prove scrivendo lettere a se stesso e mettendoci dentro dei granelli di sabbia, che più non ritrovava); per questo spesso si serviva del Graziani per l'inoltro della gelosa corrispondenza ai suoi affiliati in Italia; compi­to questo che il Graziani, svolgeva con grande coraggio, sfidando certe polizie, che per i patrioti apprestavano spesso la forca.
Ha inoltre da Mazzini l'incarico di recare da Lugano a Chieti un plico contenente il piano rivoluzionario segreto per le insurrezioni delle Marche, da consegnare al De Sanctis; al ritorno in Svizzera assicura per­sonalmente il grande Vate dell'esito felice della missione. Il Graziani fra l'altro possedeva all'epoca una villa in Brianza, precisamente a Beldosso, in comune di Erba (Como), vicino quindi al confine svizzero.
E quando nella primavera del 1860 si dovevano provvedere i mille fucili, Mazzini, Garibaldi e La Farina ricorrono a Fermo per avere armi ed aiuti nei volontari; in tale occasione il nostro Graziani si impegna per ingenti somme, ammontanti complessivamente ad oltre centomila lire (un miliardo circa di oggi), come risulta da alcuni documenti nel libro del Comitato Lafariniano ed in quello Mazziniano.
Prima che essere stimato come grande cantante, e lo fu veramente, egli tenne sempre ad essere italiano, e nelle occasioni in cui gli fu possi­bile lo dimostra apertamente, senza temere conseguenze e contro i suoi materiali interessi.
Affiliato sin da giovane alla "Giovine Italia", è aggregato alla Massoneria, dove ebbe alti gradi nella sua loggia. Conosce intimamente Felice Orsini, un grande e magnanimo cospiratore, da lui amato e con il quale ha frequenti incontri a Londra e segrete confidenze, offrendo la borsa, gonfia allora di tante sterline, alla santa causa della congiura per il Risorgimento, che i numi tutelari della Patria benedissero.
Fra i tanti episodi del suo patriottismo, va ricordato quello capitato­gli a Parigi in un caffé del Boulevard des Italiens. Era da poco accaduto l'attentato a Napoleone III (14 gennaio 1858), ed alcuni francesi, seduti ad un tavolo vicino al Graziani, sparlavano contro gli italiani, definen­doli vigliacchi e assassini; evidentemente non avevano compreso che quelle bombe non erano di un volgare assassino, ma di un patriota, non­ché suo amico, che ricordava la nascente libertà della patria soffocata dai francesi (alludeva chiaramente alla Repubblica Romana).
Graziani soffre, ma non può resistere muto ed indifferente dinanzi ad insulti tanto gravi contro l'onore dell'Italia. Quindi si alza di scatto e apostrofa quei francesi, che gli rispondono in malo modo. Ad uno come lui, ammiratore di Garibaldi, sembra colpa grave non difendere il nome dell'Italia; non ha che l'arma del suo braccio, ma gli basta: assale i fran­cesi con tanto impeto che uno finisce scaraventato sotto il tavolo, men­tre un secondo è colpito da una seggiolata; gli altri che potevano avere il sopravvento restano ammirati del coraggio di quel solo italiano che non teme, solo contro tutti, difendere il nome, l'onore della Patria.
In seguito a quell'episodio, sul suo conto fu quindi coniato il motto popolare "Per la voce e per le mani, non plus ultra Graziani".
Ecco chi fu Francesco Graziani: patriota e uomo onesto per eccel­lenza. La sua religione era il libero pensiero, con cui visse e morì; singo­lare espressione di questo modo di vita era l'arredamento, che volle sem­pre, nella sua stanza: un grande Cristo sormontava il suo letto, con ai lati Mazzini e Garibaldi. Anticlericale senza manifestarlo, non rinnegò mai la sua fede cristiana. E sappiamo da sicure testimonianze familiari che, alla sua morte, chiese l'assistenza religiosa dell'amico sacerdote Don Carlo Catalini.
Ma dopo averlo ricordato come un grande e geniale artista e un ita­liano esemplare, va ricordata anche la sua figura di amico leale, caritate­vole e generoso soccorritore del povero. Ai bisognosi mai è mancato il suo soccorso; a molte opere filantropiche ha corrisposto con favore, ade­sione, energia.
La sua diletta Fermo lo ricorda per avergli intestato la strada che col­lega viale Ciccolungo a via Trento Nunzi.
L'amata Grottazzolina, dove, abbandonate le scene, si ritira presso la sua bella villa in contrada Tenna, lo ha voluto prima assessore, poi sin­daco del paese dal 1895 fino alla sua morte (1901); carica, questa, rico­perta con capacità, magnanimità e rettitudine.
L'amministrazione comunale grottese ha voluto onorarlo intestando­gli lo spazio antistante il negozio Buschi Confezioni e la macelleria Romanelli (Largo Francesco Graziani), forse per ricordare la strada che il celebre artista, negli ultimi anni della sua vita, percorreva per recarsi quasi quotidianamente al Castello, dove anticamente era situato il palaz­zo Comunale.

 

FULVIO BELMONTESI (FOTO):

Nato a Grottazzolina il 7 febbraio del 1919, si e’ formato negli anni Trenta frequentando la Scuola d’arte “Minardi” di Faenza e quindi l’Istituto d’arte “Roncalli” di Vigevano.
Ha operato nel mondo della produzione calzaturiera come designer e come manager.
Negli anni Cinquanta e’ stato campione italiano assoluto di tennis da tavolo e commissario tecnico della Nazionale italiana. Mai abbandonata la pratica artistica, dagli anni Sessanta approfondisce le ricerche pittoriche nel campo astratto-concreto. Nei primi anni Settanta partecipa a Vigevano alla ricerca socio-estetica “Itinerario fabbrica-scuola”; esordisce a Milano con una personale alla galleria Vismara nel 1972, presentato da Luciano Caramel. Con lo stesso critico e con Gaetano Franza fonda a Vigevano la Galleria “Il Nome”, che opera fino al 1992.
Dal 1977 fa parte del Gruppo “Sincron” di Brescia. La sua presenza nell’ambito del concretismo lombardo degli anni Ottanta-Novanta e’ stata costante con esposizioni personali a Brescia, Mestre-Venezia, Vigevano e Milano, dove ha allestito una personale alla Galleria “Arte-Centro” nel 1994. Dal 1986, con un’antologica tenuta nelle Marche, a Grottazzolina, e poi con mostre collettive a Tolentino, Monteprandone, Ascoli, Offida, Macerata e con una personale a Fermo (“Verifica come espressione”, gennaio 1996) e’ entrato a far parte del Gruppo “Modulo”. Partecipa intanto con Arte-Struktura di Milano alle iniziative dell’Associazione, specie a “Costruttivismo, concretiamo, cinevisualismo” a Villa Ormond di Sanremo (1997) e al Castello di Revere (1999).La sua ultima personale, da lui stesso curata fino a pochi giorni prima dell’inaugurazione, e’ a Milano, ArteStruktura dal titolo: “Decostruzione dell’oggetto”.
Belmontesi moriva nel pieno dell’attivita’ di ricerca il 27 febbraio 2000.
Gli ultimi lavori, in collaborazione col tecnico del computer Giancarlo Guido.

 

ERMENEGILDO CATALINI (FOTO):

Nato a Grottazzolina nel 1895, Ermenegildo Catalini compie gli studi classici a Fermo e si laurea in lettere a Roma, dopo essere stato in guerra come tenente di artiglieria. Professore di lettere nei licei di Fermo ed Ascoli, di Avellino e Lucera, è sodale di Guido Dorso e collabora con Gobetti scrivendo sulla Rivoluzione Liberale. Nel 1926 si iscrive al Partito Comunista; intanto frequenta la facolta’ di legge a Napoli, dove incontra Giustino Fortunato, Benedetto Croce e Vincenzo Arangio-Ruiz. Stabilitosi ad Ancona nel 1931, vi esercita la professione forense. Imprigionato dai fascisti nel 1943 e nel 1944 per attivita’ clandestina anti-regime, milita nel dopoguerra nelle file del P.C.I.
Muore prematuramente ad Ancona nel 1958.
La figura e l’opera di Ermenegildo Catlini e’ stata illustrata da Domenico Pupilli, autore del libro Il professor Ermenegildo Catalini: vicenda umana e passione democratica di un “piccolo maestro” (ed. Livi, Fermo 1995).

 

VITTORIO MARZIALI (FOTO):

Vittorio Marziali nasce a Grottazzolina nel lontano 1884.
Incline alla musica fin da bambino, frequenta la scuola della locale banda cittadina ed in seguito segue le lezioni private presso alcuni dei piu’ rinomati maestri del fermano.
Trascorre le sue giornate dividendo il tempo tra lo studio e il lavoro di fabbro ferraio nella bottega artigiana gestita insieme al fratello Torquato.
Nella banda di Grottazzolina suona il quartino piccolo in mi bemolle durante il periodo del maestro Amici, forse, il primo maestro della Banda, costituitasi nel 1883.
Partito militare, entra a far parte della banda di Cerignola che gli consentira’ di continuare gli studi e di conoscere le grandi opere degli autori classici.
Una volta congedato vince il concorso presso la banda municipale di Milano ove si trasferisce nel 1914 subito dopo essere convolato a nozze.
Oramai professionista della musica, Marziali suona con varie orchestre da ballo e continua con profitto ad affinare le sue doti innate di strumentista seguendo le lezioni dei migliori maestri milanesi, oltre a dedicarsi alla notazione musicale, studi che gli saranno di grande aiuto qualche anno piu’ tardi.
Ha il privilegio di suonare con la banda del teatro “Alla Scala” di Milano durante il periodo dell’indimenticabile maestro Arturo Toscanini, sicuramente uno dei piu’ grandi direttori del nostro secolo.
Di Toscanini ebbe modo di confidare ai suoi familiari il carattere irruento ed impulsivo che manifestava durante le prove dove spesso rimproverava i suoi orchestrali apostrofandoli con lo pseudonimo si “sacchi di carbone” perche’ a suo dire suonavano senza mettervi sentimento.
Conclusa questa straordinaria esperienza, entro’ a far parte dello staff della casa editrice Ricordi ove, grazie ad una sua rivoluzionaria invenzione riguardante il sistema di stampa degli spartiti musicali, venne promosso direttore della divisione musicale con a sua disposizione ben 25 dipendenti.
Orgoglioso del suo brevetto lavoro’ con entusiasmo per 35 anni presso la stessa casa editrice, trascrivendo ed anche correggendo ove si rendeva necessario le partiture scritte a mano a lui affidate dai compositori dell’epoca, prima di mandarle in stampa.
Nonostante la sua fulgida carriera lo impegnasse fortemente, non abbandono’ mai il legame sempre vivo con il suo paese d’origine ove era solito recarsi per assistere ai tradizionali festeggiamenti del mese di giugno.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Grottazzolina presso l’abitazione di famiglia.
La morte lo colse nel 1975.

 

GUIDO ANACLETO PIERGALLINA (FOTO):

Guido Anacleto Piergallina nasce a Ponzano di Fermo, da mo­desta famiglia di agricoltori, l'8 dicembre 1904. All'età di dodici anni, già entrato in Seminario a Fermo, perde tragicamente il pa­dre. Fra notevoli difficoltà, riesce a proseguire gli studi e matura gradualmente la vocazione missionaria. Il 27 settembre 1923 entra nel Pontificio Istituto Missioni Estere; compie gli studi di teologia a Monza e Milano e presta il giuramento perpetuo l'8 ottobre 1927. I suoi compagni di teologia lo ricordano come «molto buono e molto intelligente, certo per ingegno uno dei migliori della classe» (p. Fran­cesco Frumento).
Mentre si va profilando l'ideale e la possibilità di partire mis­sionario per la Cina, inizia il doloroso calvario della malattia: l'im­pegno totale e senza riserve profuso nello studio e nell'insegnamento sono probabilmente all'origine di una grave forma di deperimento organico, che ben presto degenera in esaurimento nervoso e richie­de ricoveri prolungati in clinica, a Treviso e Venezia.
Si delinea un periodo di lieve miglioramento. Il 6 luglio 1930 è finalmente ordinato sacerdote. Segue però un ulteriore riacutiz­zarsi della malattia, sino a che, risultate ormai vane le cure medi­che, la mamma vuole assistere personalmente il giovane sacerdote, nella segreta speranza che l'ambiente familiare sia per lui la medi­cina migliore. Nel 1939 Padre Guido torna a Grottazzolina ed inizia realmente per lui, dopo un primo periodo di difficile ambientamento, il lento e faticoso cammino della convalescenza.
Nel frattempo riprende i suoi studi, sviluppandoli in molteplici direzioni. Fra l'altro, la perfetta conoscenza di numerose lingue gli consente di intervenire spesso a favore della popolazione presso le varie truppe straniere che si susseguono nel periodo convulso della fine della seconda guerra mondiale. Questo sacerdote «sui generis», burbero e dotto, con una barba fluente, frustrato dalla malattia nella sua aspirazione più profonda, si viene ritagliando gradualmente un proprio spazio nella vita diocesana, dimostrando ben presto una vi­talità ed un entusiasmo inimmaginabili.
Nel dopoguerra i suoi interessi si orientano soprattutto verso la storia locale. Ispettore onorario alle antichità ed alle opere d'ar­te, conduce con successo numerosi scavi a Grottazzolina, portan­do alla luce nel 1949 importantissimi reperti di necropoli picene, reperti catalogati e conservati presso il Museo Archeologico di An­cona. Della scoperta, fra l'altro, si dà ampio cenno negli «Atti della Accademia Nazionale dei Lincei».
Il 20 dicembre 1951 Padre Guido Piergallina è ufficialmente incardinato in diocesi. Diviene quindi Archivista diocesano, inca­rico che lo aiuta, per molti versi, a liberarsi dal rischio di spegnersi entro un angusto ambiente provinciale, proiettandolo a contatto con studiosi italiani e stranieri, per i quali è una preziosissima gui­da nei più labirintici recessi dell'Archivio Arcivescovile, del quale diviene perfetto conoscitore. Il 3 ottobre 1953 è a fianco del Prof. Michael Jaffé, docente di Storia dell'arte presso l'Università di Cambridge, quando vengono scoperti documenti che fugano ogni dub­bio sulla paternità del Rubens circa la celebre Natività, custodita presso la Pinacoteca Comunale di Fermo.
La stessa candida generosità con cui egli mette a disposizione di chiunque i risultati delle sue ricerche può spiegare perché solo in minima parte tali ricerche siano sfociate in vere e proprie pub­blicazioni. Fra queste, comunque, ricordiamo: S. Ugo e la Chiesa priorale di Montegranaro; Fra' Masseo da Sanseverino; L'inebrian­te passione (Vita di Padre Giambattista Ciccolungo), 1964; Marietta Gioia e il suo diario, 1973. Opere, tutte, contrassegnate da una ricerca scrupolosa ed appassionata di testimonianze eroiche di vita cristiana, il più delle volte nascoste o dimenticate, e restituite, nella luce della pura verità storica, alla loro grandezza originaria. Un posto a parte merita infine questo lavoro ponderoso sulla storia di Grottazzolina, portato a termine già nel 1963 e, per una serie di spiacevoli vicissitudini, solo ora pubblicato postumo.
Negli ultimi anni della sua vita, Padre Guido intensifica i suoi viaggi all'estero: Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia (do­ve ha un lungo memorabile colloquio con l'allora Patriarca Athenagoras), Palestina. Aveva intanto ottenuto numerosi riconoscimenti per la sua attività di studioso: fra le onorificenze più significative si possono ricordare quelle dell'Académie Française e la medaglia d'oro dell'Accademia Universitaria Nazionale.
In questi anni, ormai superato completamente l'esaurimento ner­voso, la sofferenza fisica non ha mai smesso di bussare forte nella vita di Padre Guido. Subisce prima due interventi chirurgici, allo stomaco ed agli occhi, finché, nel novembre 1973, dopo ripetute pressioni da parte dei familiari, accetta di sottoporsi ad esami ed accertamenti clinici, in conseguenza di un acuto dolore alla spalla destra. Il responso è infausto: un tumore al rene, con metastasi dif­fuse alla spalla e successivamente al bacino, lo avvia verso l'ulti­mo calvario, immobilizzandolo a letto fino alla morte, che lo coglie a Fermo il 18 maggio 1975.
Alla luce di questa ultima prova, l'intera esistenza di Padre Gui­do assume un significato nuovo e più profondo: egli ha saputo lu­cidamente abbracciare la croce della sua vita, affrontando con fede e semplicità solitudine e malattie, vincendole anzi, fino a sopraf­farle, con il lavoro e la preghiera; persino con un umorismo strari­pante e contagioso, che diventa per lui occasione di dialogo immediato con tutti. Padre Guido infatti sa parlare e parla con tutti, con giovani studenti, illustri professori universitari, poveri conta­dini, atei militanti.
Questo stile così prorompente ed originale, fatto di colloqui schietti ed avveduti, di esortazioni brusche ed energiche, ma anche di battute fulminanti e ormai storiche, gli permette di riconquistar­si quello spazio di testimonianza e di annuncio cristiano che la ma­lattia sembrava, un tempo, avergli sottratto definitivamente, rendendolo quindi, agli occhi di tutti, un uomo libero e realizzato, «contento della propria sorte», come egli amava ripetere. Probabil­mente anche per questo il ricordo di Padre Guido Piergallina rimane ancora così vivo «nella memoria dei posteri, che è - come egli ha scritto - la vita del cuore».

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