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L’artista
Francesco Graziani nasce a Fermo il 26 aprile 1828.
Tronca gli studi ecclesiastici per dedicarsi al canto,
sotto la guida del Prof. Francesco Cellini, come il
fratello maggiore Lodovico.
Dopo essersi per breve tempo esibito nella Cappella
Metropolitana di Fermo, intraprende la carriera teatrale
che lo porterà nei teatri più famosi del mondo (Napoli,
Milano, Roma, Venezia, Cairo, Londra, Parigi).
L'Enciclopedia dello Spettacolo (Silvio D'Amico, Ed. G.
e C. Sansoni, Roma 1958) alla pagina 1662, così giudica
Francesco Graziani:
"Fu con Antonio Cotogni e Gian Battista Faure il maggior
baritono del suo tempo e, anzi, in linea strettamente
vocale, gli compete, forse, il primo posto.
La sua voce si distingueva anzitutto per la sua
morbidezza vellutata dell'impasto, la calda lucentezza
dello smalto, il timbro nobilissimo e patetico.
Vantava inoltre un'energia di vibrazioni, una pienezza
di suono e una strapotenza di volume assolutamente
eccezionali. Al pari dei suoi due più illustri emuli,
possedeva un registro acuto esteso e spontaneo; capace
persino di inflessioni tenorili: questa facilità,
sapientemente inserita nella vasta gamma di tinte,
sfumature e gradazioni che scaturiva da un'emissione
facile e sicura (restò leggendaria la grazia e la
dolcezza dei suoi "piani"), rese il suo canto
singolarmente vario ed efficace.
Capace di virtuose impennate virtuosistiche nel
repertorio belcantista, ma anche di slanci travolgenti e
d'un calore tipicamente verdiano nel Trovatore e nel
Rigoletto; fu impareggiabile nell' Ernani e ne La
Traviata, nella quale fu il primo a dare pieno spicco al
personaggio del vecchio Germont".
Di Francesco Graziani cantante dice tutto
l'autorevolissimo e competente giudizio del suo celebre
compagno d'arte ed amico affezionato, il sopracitato
Antonio Cotogni: "Graziani!... Che voce!... Magnifica,
stupenda, mai sentita. Di un volume di un'estensione, di
una omogeneità, e soprattutto di un timbro
meraviglioso. Un violoncello. Una mezza voce dolcissima,
incantevole, fino al 'sol'. Un violino stadivario! Che
naturalezza, che semplicità, che facilità!..."
Graziani era capace di andare a caccia tutto il giorno
(era un ottimo tiratore, vincitore di premi in diverse
gare di tiro a segno), di sciuparsi in tutte le maniere
fino all'ora del teatro, poi indossava tranquillamente
il costume e saliva sul palcoscenico come se nulla
fosse, sempre fresco, riposato, perfetto.
Un'altra facoltà lo distingueva: una straordinaria
memoria musicale, che gli permetteva di cantare opere
non eseguite da lungo tempo dando un semplice sguardo a
qualche pagina dello spartito.
Tutto Graziani cantava, il lirico, il drammatico, il
comico: dalle Nozze di Figaro al Rigoletto. Il suo
repertorio non aveva rivali; comprendeva le opere più
significative di Mozart, Donizetti, Bellini, Rossini,
Verdi, Flotow, Auber, Meyerbeer, Gounod, Thomas.
Ebbe l'affezionata amicizia e la benevola confidenza di
quest'ultimo del quale possedeva autografi, insieme a
quelli del Meyerbeer e del Gounod tra gli illustri
stranieri; tra gli italiani, oltre al Braga ed il
Campana, ebbe in intimità lo scrittore della Gioconda,
Amilcare Ponchielli.
Fu particolarmente caro a Giuseppe Verdi che per primo
dimostrò per questo tipo vocale (baritono), una
predilezione che nasce proprio dal motivo che l'aveva
reso poco accetto al gusto belcantistico.
Il belcantismo amava ì timbri stilizzati e detestava i
timbri realistici; Verdi predilige i timbri realistici,
ed è nella voce del baritono che troviamo esemplificato
alla perfezione il germe di profonda novità immesso dal
grande maestro nel tessuto dell' opera italiana a metà
dell'Ottocento: voce (è utile ricordarlo) più vicina
all' emissione naturale, e perciò più umana ed
espressiva.
E sebbene nessun compositore manifestasse per questa
voce un affetto paragonabile a quello nutrito da Verdi,
in Francia l'Opéra-comique e il Grand-opéra accorderanno
al baritono le grandi parti di Hoel nella Dinorah, di
Nelusko nell'Africana, di Amleto nell'opera omonima di
Thomas.
Di tutte fu primo interprete il francese Gian Battista
Faure, peraltro più basso cantante baritonale che
baritono autentico, ma le stesse opere ebbero con
Francesco Graziani l'interprete ideale, grazie alla sua
adatta e magnifica voce e la sua capacità scenica.
Quando sarà invitato ad eseguire la parte del principe
di Danimarca, va a trovare un vero genio dell'arte
teatrale - Ernesto Rossi - e lo prega affinché gli dia
ripetute lezioni sul modo di intendere e rappresentare
il capolavoro di Shakespeare. Ecco perché alla prima
esecuzione italiana dell'opera di Thomas alla Fenice di
Venezia, il 26/2/1876, da alcuni si disse: "È il Rossi
divenuto cantante".
Francesco Graziani non è stato solo l'artista ricercato
e desiderato nei principali teatri, ma fu il cantore
invocato nei saloni delle sontuose magioni e delle più
celebri Corti d'Europa. Frequentatore abituale nei
salons del barone Rotchild a Parigi e del Lord Mayor e
di altre personalità di spicco a Londra.
È stato chiamato più volte, per le grandi serate, alla
Corte di Napoleone III; è stato addetto alla corte del
Principe di Galles, Re Edoardo VII, del quale era in
verità il beniamino.
A Pietroburgo non una, ma più volte viene chiamato alla
corte dello Zar Alessandro II, sebbene in Russia la sua
presenza fosse accettata solo per i grandi meriti
artistici (lui ardente repubblicano non nascosto,
nonché amico di Giuseppe Mazzini).
Alla Corte russa, sempre invitato per grandi solennità,
tutti i cantanti dovevano cimentarsi in duetti o
terzetti. La possibilità di impegnarsi in un assolo era
consentita unicamente alla Patti, vera diva del canto e
della gola d'oro, l'usignolo di tutte le stagioni, come
l'aveva definita l'Imperatore Guglielmo II. Un giorno
costei doveva eseguire il Valzer della Dinorah. Ecco che
un ciambellano chiama improvvisamente il Graziani e gli
dice: "Le Loro Maestà desiderano che cantiate anche voi
un assolo", e invocano l'Io t'amerò del maestro
Starzieri che era uno dei canti preferiti dal nostro
Graziani e che eseguiva a fior di labbra.
Dopo questa serata viene nominato, direttamente
dall'Imperatore, "cantante di camera", onore che il
Graziani risolutamente rifiuta perché contrario ai suoi
ideali.
Quando il grande cantante sente che la sua voce andava
appena perdendo, per l’età crescente, il suo magnifico
splendore, artista di coscienza e di ingegno abbandona
il Teatro nel 1880, a cinquantadue anni per ritirarsi
nella sua città natia, godendo agiatamente i suoi ben
guadagnati risparmi, che avrebbero potuto essere di vari
milioni, se la maggior parte non avesse profusa per il
Risorgimento della Patria.
Muore a 73 anni nella sua villa di Grottazzolina, il 30
giugno 1901 fra l’unanime rimpianto delle popolazioni
delle due predette località, fra le quali egli aveva
trascorso i suoi anni di riposo e dove aveva ricoperto
cariche pubbliche di Sindaco nel Comune e Consigliere
nell’Amministrazione Provinciale.
Patriota e Cittadino
Francesco Graziani era stato inviato a studiare nel
patrio Seminario, giudicato l'istituto più laico di quei
tempi. "Però non vi poté perseverare molto tempo, perché
insofferente di ogni disciplina ivi usata, e sebbene
giovane, già anima ardente di immenso amore per la
libertà della patria".
E tutto questo era noto sul suo conto, ma il prestigio
nobiliare della sua famiglia e le molte ed assai
cospicue aderenze lo fecero circondare di una certa
tolleranza.
Purtuttavia i suoi modi franchi ed esperti e la sua
esuberanza di vita gli avevano guadagnato il nomignolo
di 'abataccio'.
Abbandonati gli studi del Seminario, ha bisogno di
formarsi una posizione; fornito com'era di una
bellissima voce, congiunta ad altre qualità necessarie
per un artista, quali quelle di essere "giovane bello,
di forme leggiadre ed artistiche, e sì spigliato era
della persona che ogni movenza par che artista lo
affermasse", si decide a studiare canto.
Dotato di vivace ingegno e di una eccezionale
disposizione al canto, il Graziani inizia la sua
carriera nella stimata Cappella Musicale della Chiesa
Metropolitana di Fermo, di cui era direttore il noto
maestro fermano Francesco Cellini, dal 1850 al 1852,
quale solista e con l'annuo compenso di 24 scudi romani.
Ma il Teatro lo attirava e per esso si sentiva già
maturo.
Dopo i debutti di Ascoli Piceno, Macerata, Firenze, la
sua celebrità canora raggiunge ben presto Parigi,
Londra, Pietroburgo, Mosca, ed i più grandi teatri
d'Europa se lo contendono.
Ma più che l'acquistar gloria nel canto, la sua
principale preoccupazione era il Risorgimento della
Patria. Ama chi amava la libertà, al punto di rifiutare
la carica di "cantante di camera" dallo Zar delle Russie
Alessandro II; onore che il Graziani, democratico non
nascosto, rifiuta.
Anche se era entrato nelle simpatie di quell'austero e
assoluto monarca (assassinato dal popolo nel 1881), non
ne approvava certo i suoi sistemi tirannici (le
impiccagioni, le deportazioni in Siberia, le
persecuzioni ai nichilisti). Accetta solo
l'onorificenza di Cavaliere della Corona d'Italia,
conferitagli in riconoscimento dei suoi meriti di
amministratore della cosa pubblica.
Nonostante i suoi continui impegni professionali, si
tiene continuamente in contatto con tutti i patrioti
esiliati dall'Italia e con essi s'adopera fattivamente
per raggiungere la meta agognata.
Con il Mazzini, con il quale spesso si incontrava a
Londra (dove viveva esule), ebbe frequenti discorsi e
confidenze sulle sorti dell'Italia. Mazzini inoltre si
era accorto che la sua corrispondenza veniva aperta e il
suo contenuto comunicato alla polizia austriaca (se ne
era procurato le prove scrivendo lettere a se stesso e
mettendoci dentro dei granelli di sabbia, che più non
ritrovava); per questo spesso si serviva del Graziani
per l'inoltro della gelosa corrispondenza ai suoi
affiliati in Italia; compito questo che il Graziani,
svolgeva con grande coraggio, sfidando certe polizie,
che per i patrioti apprestavano spesso la forca.
Ha inoltre da Mazzini l'incarico di recare da Lugano a
Chieti un plico contenente il piano rivoluzionario
segreto per le insurrezioni delle Marche, da consegnare
al De Sanctis; al ritorno in Svizzera assicura
personalmente il grande Vate dell'esito felice della
missione. Il Graziani fra l'altro possedeva all'epoca
una villa in Brianza, precisamente a Beldosso, in comune
di Erba (Como), vicino quindi al confine svizzero.
E quando nella primavera del 1860 si dovevano provvedere
i mille fucili, Mazzini, Garibaldi e La Farina ricorrono
a Fermo per avere armi ed aiuti nei volontari; in tale
occasione il nostro Graziani si impegna per ingenti
somme, ammontanti complessivamente ad oltre centomila
lire (un miliardo circa di oggi), come risulta da alcuni
documenti nel libro del Comitato Lafariniano ed in
quello Mazziniano.
Prima che essere stimato come grande cantante, e lo fu
veramente, egli tenne sempre ad essere italiano, e nelle
occasioni in cui gli fu possibile lo dimostra
apertamente, senza temere conseguenze e contro i suoi
materiali interessi.
Affiliato sin da giovane alla "Giovine Italia", è
aggregato alla Massoneria, dove ebbe alti gradi nella
sua loggia. Conosce intimamente Felice Orsini, un grande
e magnanimo cospiratore, da lui amato e con il quale ha
frequenti incontri a Londra e segrete confidenze,
offrendo la borsa, gonfia allora di tante sterline, alla
santa causa della congiura per il Risorgimento, che i
numi tutelari della Patria benedissero.
Fra i tanti episodi del suo patriottismo, va ricordato
quello capitatogli a Parigi in un caffé del Boulevard
des Italiens. Era da poco accaduto l'attentato a
Napoleone III (14 gennaio 1858), ed alcuni francesi,
seduti ad un tavolo vicino al Graziani, sparlavano
contro gli italiani, definendoli vigliacchi e
assassini; evidentemente non avevano compreso che quelle
bombe non erano di un volgare assassino, ma di un
patriota, nonché suo amico, che ricordava la nascente
libertà della patria soffocata dai francesi (alludeva
chiaramente alla Repubblica Romana).
Graziani soffre, ma non può resistere muto ed
indifferente dinanzi ad insulti tanto gravi contro
l'onore dell'Italia. Quindi si alza di scatto e
apostrofa quei francesi, che gli rispondono in malo
modo. Ad uno come lui, ammiratore di Garibaldi, sembra
colpa grave non difendere il nome dell'Italia; non ha
che l'arma del suo braccio, ma gli basta: assale i
francesi con tanto impeto che uno finisce scaraventato
sotto il tavolo, mentre un secondo è colpito da una
seggiolata; gli altri che potevano avere il sopravvento
restano ammirati del coraggio di quel solo italiano che
non teme, solo contro tutti, difendere il nome, l'onore
della Patria.
In seguito a quell'episodio, sul suo conto fu quindi
coniato il motto popolare "Per la voce e per le mani,
non plus ultra Graziani".
Ecco chi fu Francesco Graziani: patriota e uomo onesto
per eccellenza. La sua religione era il libero
pensiero, con cui visse e morì; singolare espressione
di questo modo di vita era l'arredamento, che volle
sempre, nella sua stanza: un grande Cristo sormontava
il suo letto, con ai lati Mazzini e Garibaldi.
Anticlericale senza manifestarlo, non rinnegò mai la sua
fede cristiana. E sappiamo da sicure testimonianze
familiari che, alla sua morte, chiese l'assistenza
religiosa dell'amico sacerdote Don Carlo Catalini.
Ma dopo averlo ricordato come un grande e geniale
artista e un italiano esemplare, va ricordata anche la
sua figura di amico leale, caritatevole e generoso
soccorritore del povero. Ai bisognosi mai è mancato il
suo soccorso; a molte opere filantropiche ha corrisposto
con favore, adesione, energia.
La sua diletta Fermo lo ricorda per avergli intestato la
strada che collega viale Ciccolungo a via Trento Nunzi.
L'amata Grottazzolina, dove, abbandonate le scene, si
ritira presso la sua bella villa in contrada Tenna, lo
ha voluto prima assessore, poi sindaco del paese dal
1895 fino alla sua morte (1901); carica, questa,
ricoperta con capacità, magnanimità e rettitudine.
L'amministrazione comunale grottese ha voluto onorarlo
intestandogli lo spazio antistante il negozio Buschi
Confezioni e la macelleria Romanelli (Largo Francesco
Graziani), forse per ricordare la strada che il celebre
artista, negli ultimi anni della sua vita, percorreva
per recarsi quasi quotidianamente al Castello, dove
anticamente era situato il palazzo Comunale.
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